No, non sono diventato contrario al fotovoltaico. Anzi.
Per un’azienda che consuma energia durante le ore di insolazione continuo a considerarlo una risorsa quasi irrinunciabile. Un impianto ben dimensionato, costruito intorno ai consumi reali, riduce i prelievi dalla rete, le perdite, i costi di trasporto e buona parte degli oneri che, negli anni, siamo riusciti creativamente a infilare dentro una bolletta elettrica. Nell’autoconsumo il fotovoltaico mantiene valore persino se l’energia sul mercato vale zero come sta accadendo da aprile 2026.

Da qualche tempo abbiamo smesso di chiederci dove, quando e perché produciamo energia. E quando una tecnologia viene installata senza più porsi queste domande, non è la tecnologia a essere stupida. Siamo noi.
Il paradosso: produrre tutti insieme, quando non serve
Perché continuo a vedere distese di pannelli occupare ettari di territorio per produrre energia da riversare integralmente in rete?
Abbiamo costruito un sistema nel quale migliaia di impianti producono tutti insieme, nelle stesse ore, indipendentemente dal fatto che in quel momento esista un consumo capace di assorbire quella produzione. Il risultato era prevedibile: la domenica, nei festivi, nelle giornate di bassa domanda e alta produzione solare, l’energia che un tempo rappresentava una remunerazione interessante oggi può non valere più niente per arrivare addirittura in alcuni momenti a prezzi negativi.
Cioè: abbiamo investito denaro, spesso sostenuto direttamente o indirettamente dalla collettività, per arrivare al paradosso di produrre energia proprio quando il sistema fatica ad assorbirla.
La rete è congestionata (e ora limitiamo gli impianti)
E adesso scopriamo che la rete è congestionata. Terna sta introducendo sistemi di controllo e modulazione degli impianti, come il CCI, che consentono di ridurre l’immissione quando le esigenze di sicurezza del sistema lo richiedono. Tradotto: prima incentiviamo la costruzione degli impianti, poi dobbiamo creare gli strumenti per limitarne la produzione.
Quanto ci costa: ASOS e Capacity Market
Il paradosso non finisce qui. Nel 2024 il costo dell’incentivazione delle fonti rinnovabili è stato stimato da ARERA in circa 8,9 miliardi di euro. Per il 2025 la stima sale a circa 9,6 miliardi. Miliardi. E in bolletta esiste una voce che molte imprese conoscono bene: l’ASOS, la componente degli oneri generali destinata principalmente al sostegno delle energie rinnovabili e della cogenerazione.
Poi c’è il “Capacity Market”. Non è una “tassa sul fotovoltaico”, e sarebbe scorretto definirlo così: è il meccanismo con cui remuneriamo la disponibilità di capacità necessaria a garantire che il sistema elettrico disponga di potenza quando serve davvero. Ma la contraddizione politica e industriale resta enorme: da una parte sosteniamo economicamente nuova produzione intermittente, dall’altra dobbiamo remunerare capacità disponibile per garantire il sistema quando sole e vento non rispondono alla domanda. In altre parole, stiamo pagando per produrre quando non serve e paghiamo un prezzo più alto per avere energia disponibile quando serve.
Le rinnovabili di cui nessuno parla
E poi c’è una domanda che quasi nessuno sembra voler fare: perché quando parliamo di energia rinnovabile parliamo quasi sempre e soltanto di fotovoltaico ed eolico?
Esistono altre tecnologie. Esiste l’idroelettrico, capace in molti casi non soltanto di produrre energia ma di modularla e renderla disponibile quando il sistema ne ha bisogno. Esiste il micro-idroelettrico, troppo spesso dimenticato: piccoli impianti capaci di valorizzare, dove tecnicamente ed ecologicamente sensato, salti e flussi idrici locali, canali, condotte e infrastrutture esistenti, producendo energia più continua e prevedibile senza occupare ettari di territorio con nuove distese di pannelli. Esistono il biogas e il biometano, capaci di trasformare residui agricoli, reflui e biomasse in energia programmabile. Esiste la geotermia, capace di produrre indipendentemente dal fatto che sia giorno o notte. E nel mondo si sperimentano sistemi per ricavare energia dal moto ondoso, dalle maree, dalle correnti marine: tecnologie ancora in fase di sviluppo, ma che meritano ricerca e investimenti proprio perché possono contribuire a diversificare tempi e profili della produzione.
La domanda giusta: quanta energia quando serve?
Forse dovremmo cambiare domanda. Non più: “quanti megawatt rinnovabili abbiamo installato?”, ma: “quanta energia siamo in grado di produrre quando serve?”. Perché un sistema elettrico non vive di potenza installata. Vive dell’equilibrio, istante per istante, tra ciò che produciamo e ciò che consumiamo.
Ed è qui che, a mio avviso, dovrebbe cambiare radicalmente anche la politica degli incentivi. Il denaro pubblico non dovrebbe premiare semplicemente chi installa altra capacità di produzione, ma chi sviluppa, installa e rende economicamente sostenibili tecnologie capaci di produrre energia quando il sistema ne ha bisogno: accumuli, idroelettrico, micro-idroelettrico, geotermia, biogas e biometano, tecnologie marine, sistemi di gestione della domanda, produzione programmabile e flessibilità.
Questa dovrebbe essere la sfida. Perché continuare a incentivare indiscriminatamente impianti che producono tutti nello stesso momento, per poi scoprire che dobbiamo limitarli quando producono troppo e pagare altra capacità quando producono troppo poco, non è transizione energetica. È mancanza di programmazione.
Fotovoltaico intelligente, fotovoltaico stupido
La mia posizione è semplice, e certamente provocatoria: finché non disporremo di accumuli realmente sostenibili, economicamente e tecnicamente capaci di spostare grandi quantità di energia nel tempo, continuare a incentivare indiscriminatamente il fotovoltaico non direttamente collegato a un consumo reale è una scelta che merita di essere profondamente ripensata.
Non sono contro il fotovoltaico. Sono contro il fotovoltaico stupido.
Quello intelligente sta sui tetti delle fabbriche, dei capannoni, dei centri commerciali, degli alberghi, delle aziende agricole. Produce vicino al consumo, riduce i prelievi, alleggerisce la rete, rende le imprese più competitive. Quello selvaggio occupa suolo, produce insieme a tutti gli altri e poi chiede alla rete di risolvere il problema.
La sostenibilità non può dipendere dalle previsioni meteo. Il fotovoltaico migliore non è quello che produce di più: è quello che produce dove e quando quell’energia viene consumata.
Gli incentivi del futuro dovrebbero andare a chi produce energia quando serve. Non semplicemente quando non è nuvoloso.
Se lavorate nel settore, o semplicemente avete un’opinione diversa, sono curioso di leggerla nei commenti.
Leggi anche: Quando NON conviene cambiare fornitore di energia · Prezzo fisso o variabile? Quando conviene bloccare la tariffa
Domande frequenti
Il fotovoltaico conviene ancora a un’azienda?
Sì, quando lavora in autoconsumo: un impianto ben dimensionato, costruito intorno ai consumi reali, riduce i prelievi dalla rete, le perdite, i costi di trasporto e buona parte degli oneri in bolletta. In autoconsumo il fotovoltaico mantiene valore persino se l’energia sul mercato vale zero.
Cos’è il «fotovoltaico stupido»?
È il fotovoltaico installato senza chiedersi dove, quando e perché si produce: distese di pannelli a terra che riversano tutta l’energia in rete, producendo insieme a migliaia di altri impianti nelle stesse ore, anche quando il sistema fatica ad assorbirla. Quello intelligente sta sui tetti delle aziende, vicino al consumo.
Perché l’energia solare arriva ad avere prezzi negativi?
Perché migliaia di impianti producono tutti insieme, nelle stesse ore, indipendentemente dai consumi. La domenica, nei festivi e nelle giornate di bassa domanda e alta produzione solare l’offerta supera ciò che il sistema riesce ad assorbire: il prezzo crolla e in alcuni momenti diventa negativo.
Cos’è la componente ASOS in bolletta?
È la componente degli oneri generali di sistema destinata principalmente al sostegno delle energie rinnovabili e della cogenerazione. Il costo dell’incentivazione delle rinnovabili è stato stimato da ARERA in circa 8,9 miliardi di euro per il 2024, con una stima di circa 9,6 miliardi per il 2025.
Cos’è il Capacity Market?
È il meccanismo con cui viene remunerata la disponibilità di capacità produttiva necessaria a garantire potenza al sistema elettrico quando serve davvero. Non è una tassa sul fotovoltaico, ma evidenzia una contraddizione: si sostiene nuova produzione intermittente e insieme si paga capacità di riserva per quando sole e vento non bastano.
Quali rinnovabili esistono oltre a fotovoltaico ed eolico?
L’idroelettrico e il micro-idroelettrico, capaci di modulare la produzione; il biogas e il biometano, che trasformano residui agricoli e biomasse in energia programmabile; la geotermia, che produce giorno e notte; e le tecnologie marine (moto ondoso, maree, correnti), ancora in sviluppo ma promettenti.
Stai valutando il fotovoltaico per la tua azienda?
Prima di installare, partiamo dai tuoi consumi reali: capiamo insieme se, dove e quanto conviene — senza impegno.





